C’è un tipo di pace che non è solo assenza di guerra.

E’ più grande di questo.

La pace a cui sto pensando è la danza tra una mente aperta che incontra un’altra mente ugualmente aperta” Toni Morrison

Non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi”

Antoine de Saint-Exupéry, “Il Piccolo Principe”

“Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre,

ma avere nuovi occhi

Marcel Proust

” Le nubi possono celare una stella,

ma le nubi passano, la stella rimane”

(proverbio indiano)


Questa pagina è dedicata a tutti quei bambini che hanno arricchito la mia vita nei lunghi anni trascorsi nella scuola primaria, in qualità di docente.

In tutti quegli anni ho sempre avvertito il bisogno di “stare” con i miei allievi, con tutta me stessa, di “aprire il mio cuore” per accogliere i loro cuori.

Ho sempre sentito il peso del “giudizio” e delle “schede quadrimestrali”.

Mi chiedevo “perchè …non impara?” Trovavo mille motivazioni, ma nessuna poteva essere imbrigliata in un’arida votazione.

Ho avuto sovente l’impressione che alcuni “atteggiamenti” della scuola distruggessero la voglia di scoprire, di sperimentare, di comunicare, di creare legami…, in poche parole reprimessero la creatività.

Così, combattendo schemi consolidati che mettevano la “verità in tasca” al docente, ho lavorato per ri-scoprire con alunni e colleghi, la bellezza e la gioia del “fare insieme”, “cambiare insieme”, “crescere insieme”.

…E..quante volte, arrivando a scuola, un bambino o un gruppetto di bimbi mi si avvicinava esclamando: “Maestra ti devo parlare!!”…mi sedevo e ascoltavo, pronta ad accogliere qualsiasi domanda.

A volte erano richieste di aiuto, altre risposte a curiosità, altre ancora domande sulla vita: amore, sesso, relazione con genitori e coetanei….Io ascoltavo, parlavo, ridevo, a volte piangevo con loro; a volte non avevo risposte e glielo comunicavo; così, insieme, andavamo a cercarle per ore, giorni, mesi..ed era meraviglioso quando, insieme trovavamo la risposta…insieme eravamo cresciuti…pronti a proseguire verso nuove mete, sul sentiero della vita.

RACCONTI SCRITTI CON E PER I MIEI ALUNNI


Ai miei alunni, con tanto affetto
Nicoletta

SOS DAL PIANETA BLANCOX


Era una tiepida mattina di primavera, i campi e i giardini si stavano colorando di fiori dalle mille sfumature, il cielo era limpido e azzurro e, come tutte le mattine, ci eravamo recati a scuola.
Al suono della campanella eravamo entrati in aula; la maestra ci stava aspettando e, come sempre, ci salutava con un sorriso.
Dopo i preliminari, ci eravamo seduti nei banchi e stavamo per iniziare la lezione di italiano.
Avevamo appena iniziato a parlare della primavera e dei suoi colori, quando all’improvviso, un gessetto di colore bianco uscì dalla scatola dei gessi, si librò nell’aria, si diresse velocissimo verso la lavagna e scrisse: “S.O.S DAL PIANETA BLANCOX ABBIAMO BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO!”.
Potete immaginare il nostro stupore! Stavamo lì, noi e la maestra, attoniti, con gli occhi e la bocca spalancata a guardare il gesso che scriveva da solo; un misto di paura e di curiosità ci aveva attanagliato, sentivamo i brividi correre lungo la schiena, le gambe tremavano e tutto il nostro corpo era come pietrificato.
La maestra di scatto si alzò dalla sedia per andare a chiamare qualcuno, ma la porta dell’aula si chiuse di colpo e le tapparelle si abbassarono. Nessuno più poteva uscire od entrare, eravamo prigionieri nella nostra aula; allora tutti ci mettemmo ad urlare, volevamo uscire, guardavamo il gessetto come se fosse un mostro e nessuno voleva avvicinarsi a lui.
C’era una gran confusione, alcuni piangevano, altri urlavano e la maggior parte di noi si era rifugiata fra le braccia della maestra che non sapeva cosa dire.
All’improvviso sentimmo un fischio, il pavimento dell’aula diventò trasparente e ci ritrovammo in alto nel cielo, la nostra aula stava volando con tutto il suo contenuto, noi compresi.
Vedevamo, dall’alto, la nostra scuola e le case del paese che diventavano sempre più piccole e si allontanavano sempre più mentre la velocità aumentava e, in men che non si dica, ci ritrovammo nello spazio.
Tutto intorno era scuro; attoniti, osservavamo la terra allontanarsi e diventare un puntino luminoso nello spazio siderale.
Di colpo ci sentimmo stanchi, spossati, pieni di sonno, ci addormentammo.
Non so per quanto tempo dormimmo, ma quando ci svegliammo, eravamo fermi e la porta dell’aula era spalancata.
Ci prendemmo per mano e, con molta circospezione, uscimmo tenendoci il più possibile vicino alla maestra.
Guardammo la nostra aula e ci accorgemmo che aveva cambiato forma: era un’astronave di un bellissimo colore rosso metallizzato.
Fu proprio in quel momento che capimmo che tutto intorno a noi era bianco, non si vedeva nulla, solo bianco; le uniche cose colorate eravamo noi e la nostra astronave.
Eravamo sconcertati, non sapevamo cosa fare e dove andare.
La maestra cominciò a camminare e noi, dietro a lei, sempre tenendoci per mano e con una gran paura addosso.
Camminavamo piano e scrutavamo lo spazio intorno per capire se ci fosse qualcuno o qualcosa.
Ogni tanto finivamo contro qualcosa di solido che non riuscivamo a vedere, ma che le nostre mani toccavano.
Cominciammo così a muoverci a tentoni tastando tutto lo spazio intorno.
Fu così che ci accorgemmo di toccare muri, piante, alberi, terra, erba.
Eravamo sempre più stupefatti, sempre più increduli e la paura ormai aveva lasciato il posto alla curiosità.
Muovevamo le mani dappertutto per cercare di capire cosa c’era intorno, quando, all’improvviso, davanti a noi si materializzarono tanti occhi, alcuni più in alto, all’altezza più o meno della maestra, altri alla nostra altezza, altri più in basso.
Nuovamente la paura ci attanagliò, ci fermammo e ci stringemmo sempre più alla maestra, forse stavamo sognando!!
Ad un tratto sentimmo una voce:
– Abbiamo bisogno di voi, grazie per essere venuti e scusateci se vi abbiamo spaventato, ma siamo disperati. Come vedete nel nostro pianeta è avvenuta una catastrofe: sono spariti i colori, non si vede più nulla, tutto è bianco e fra non molto anche i nostri occhi saranno bianchi, ci rimarrà soltanto la voce”
– Ma come è potuta avvenire una cosa simile? – chiese la maestra
– Il nostro pianeta non è sempre stato così, una volta era il più bel pianeta dell’universo; avevamo il cielo turchino, i prati verdi stracolmi di fiori variopinti, il mare, i laghi e i fiumi azzurri, le nostre città erano rallegrate dai mille colori degli abitanti: c’erano persone di pelle nera, rossa, gialla, rosa e tutti vivevamo in pace ed armonia. Circa tre anni fa fummo invasi da esseri provenienti dal pianeta Grey. Li accogliemmo con gioia, offrimmo loro la nostra ospitalità e li portammo a visitare il nostro pianeta.
Ma quegli esseri erano ammalati di gelosia, erano venuti per rubarci i colori e trasferirli nel loro pianeta
Tutti ascoltavamo con interesse e stupore quella voce e osservavamo quegli occhi che, ogni tanto si allagavano di lacrime.
– Poi cosa successe? – chiese la maestra, con dolcezza
La voce continuò:
– Fra gli esseri del pianeta Grey ve n’è uno potentissimo, è il grande mago dello spazio siderale, è un mago molto malvagio, possiede enormi poteri ed è al servizio dell’imperatore del pianeta.
Un giorno, mentre eravamo riuniti per i festeggiamenti in onore di Luce, egli si alzò dal suolo e, con una voce terribile lanciò la sua maledizione: “ I colori di questo mondo si spostino tutti sul pianeta Grey, qui tutto rimanga bianco e gli abitanti possano vedere soltanto i loro occhi che imbiancheranno anch’essi all’inizio della prossima stagione”.
La nostra meraviglia era sempre più grande e non capivamo cosa avremmo potuto fare per aiutare quegli sventurati.
– Ci dispiace tanto per la vostra sventura – intervenne la maestra – Ma noi come possiamo aiutarvi?
– Il nostro imperatore, che è un uomo saggio e buono, volle andare in cerca di aiuto. Egli sapeva che nello spazio esisteva un mondo abitato da esseri magici: gli Inama. Gli Inama aiutano tutti coloro che si trovano in difficoltà, ma per elargire il loro aiuto bisogna essere buoni e saper chiedere con umiltà. Il nostro imperatore poteva chiedere aiuto agli Inama perché è una persona buona, semplice e generosa; così partì, con la sua bianca astronave, alla ricerca degli Inama anche se non sapeva bene dove andare perché nessuno conosce esattamente il punto in cui si trova il pianeta Inamal.
Girovagò per molti mesi nello spazio, ma alla fine arrivò nel mondo degli inama e da loro ricevette l’aiuto sperato: “Cerca sulla terra bambini che vedano col cuore, soltanto loro potranno ricolorare il vostro pianeta”. Questo fu il responso del grande saggio Inama.
Abbiamo cercato e portato qui molti bimbi, molte classi, in tanti hanno provato, ma nessuno è mai riuscito. Adesso chiediamo a voi, per piacere, vi supplichiamo, provate a ricolorare il nostro pianeta! –

Di corsa andammo a prendere i nostri astucci, ci dividemmo i colori: Elena, Edoardo, i due Davide, Simone e Marcello presero la gamma dei verdi; Silvia, Emmanuel, Alberto, le due Martina e Pier Manuel, la gamma dei rossi; Michele, Marco, Erica, Francesco e Nicolò la gamma dei blu; Donatella, Diego, Matteo, Riccardo e Annalisa i gialli; Miriana e Francesca presero il grigio e il nero.
Fu Elena la prima ad abbassarsi, toccò un filo d’erba e col suo pennarello lo colorò di verde e……. avvenne il miracolo: tutta l’erba si colorò di verde; si vedevano i prati!!
Grida di gioia e canti si alzarono al cielo; Blancox si stava ricolorando!!!
Fu così che in poco tempo su tutto il pianeta riapparvero i colori: era uno spettacolo stupendo!! Prati, alberi, case, boschi, ruscelli, cascate e persone, come per incanto, riapparvero.
Ci divertimmo moltissimo e la nostra maestra era talmente fiera di noi che non riuscì a trattenere le lacrime di gioia!
Tutti gli abitanti ci ringraziarono e, con grande commozione, ci salutarono.
Tornammo sulla nostra astronave; forse le ore di scuola erano terminate e i nostri genitori ci stavano aspettando.
Aprimmo gli occhi e ci ritrovammo nella nostra classe, la campanella della fine delle lezioni stava suonando.
Con il cuore pieno di gioia uscimmo dalla scuola per tornare a casa………
Che avventura indimenticabile!!!! Ma chi l’avrebbe creduta!!!!!

IL GRANDE ALBERO

C’era una volta un pezzetto di radice, vecchio, malandato, un po’ secco.

Viveva in un terreno arido e spesso, gli insetti e i roditori gli infliggevano morsi e punture che lo facevano soffrire.

Intorno c’erano altri pezzi di radice che, come lui, erano i rimasugli di un grande albero vissuto un tempo nella foresta che un giorno, gnomi dispettosi e crudeli, avevano bruciato e distrutto.

I pezzetti di radice parlavano tra loro, si raccontavano storie della vita passata e insieme, cercavano di allontanare roditori e insetti; ma erano molto tristi e si sentivano abbandonati e stanchi.

Un giorno, mentre parlavano, ecco arrivare una goccia di pioggia, poi un’altra e un’altra ancora, poi dieci, cento, mille, milioni di gocce cadevano dal cielo e bagnavano quei poveri corpi avvizziti.

I piccoli pezzi bevevano, bevevano e, come bimbi che succhiano il latte dal seno materno, provavano un piacere indicibile, erano insaziabili, avevano bisogno di quel nutrimento che giungeva generoso ed apportava insperate energie.

Si guardarono e felici, cominciarono a muoversi, a danzare, a cantare; tutto intorno era movimento, gioia, rinascita.

Anche il pezzetto di radice si sentì più forte, il suo corpo era nuovamente carico di energie e, come i suoi compagni, aveva voglia di crescere.

Così, tutti insieme, cominciarono ad allungarsi, a cercare nuovi territori, nuovi spazi.

Sentirono il bisogno di avvicinarsi, di conoscersi meglio; cominciarono così a sfiorarsi, a toccarsi sempre più vicini, finchè i loro corpi si intrecciarono.

Il piccolo pezzo di radice si era allungato, era diventato una radice e aveva sviluppato sul suo corpo tante radichette che si erano inserite nel terreno e gli procuravano il nutrimento per poter proseguire nel suo percorso, fu così che, con immensa gioia, cominciò ad avvilupparsi ai compagni.

- E’ bello crescere così, tutti insieme!! – Pensava e internamente gioiva e si riempiva di nuove energie.

Nel suo cammino, in alcune occasioni, cercava di aiutare radici più deboli che non riuscivano a farsi spazio; in altre, veniva soccorso dalle più forti.

Passò il tempo, le radici erano diventate forti e robuste, ma ora avevano bisogno di un po’ di riposo; così anche la nostra radice si riposò; trovò uno spazio sicuro e tranquillo e si addormentò con alcune compagne vicino.

Quando si svegliò, con enorme stupore vide che, da una parte e dall’altra, molte compagne erano uscite dal terreno e si protendevano verso l’alto.

All’improvviso sentì una forte spinta, un gran desiderio di salire e con forza e determinazione anche lei uscì dalla terra e vide il cielo.

- Che meraviglia!!!!!-

Tutto era luminoso e caldo, la luce del sole spronava a crescere ed instillava il desiderio di esplorare nuovi spazi.

Vide le compagne e si unì a loro; la linfa che passava nei loro corpi era calda e nutriente e, da essa, presero la forza per aggregarsi e diventare un unico tronco

La radice stava bene nel tronco e, nel suo percorso verso il cielo, le piaceva spostarsi, a piccoli cerchi, dall’esterno all’interno: all’esterno dava nutrimento, all’interno, ne riceveva.

Così il tronco crebbe in altezza e in larghezza e fu pronto per sviluppare i rami.

Lunghi rami si protesero verso il cielo e una folta chioma li ricoprì.

Quella chioma era accogliente e poteva dare asilo a tanti piccoli nidi così, ogni mattina, le nostre radici, ormai albero, potevano svegliarsi cullate dai canti argentini dei piccoli esseri ospitati tra i rami.

Per l’albero la vita scorreva piacevole, ma le sorprese non erano finite: un giorno, come per magia, i rami si coprirono di fiori colorati che, come gemme, brillavano alla luce del sole spandendo nell’aria un intenso profumo.

I fiori, ben presto cambiarono aspetto, si ingrossarono e il vento staccò i petali, li cullò nell’aria tiepida e dolcemente li appoggiò a terra creando un meraviglioso tappeto variopinto.

Sui rami, al posto dei fiori, si svilupparono dolci palline, succose e colorate; gli uccellini le beccavano e di esse si nutrivano.

La vita si rinnovava ed era bello farne parte, pensava l’albero.

Le palline giunsero a maturazione, si aprirono e da esse uscirono semi che il vento prese a piene mani spargendoli nel terreno circostante.

Da quei semi, altri piccoli alberi nacquero e si svilupparono, così la foresta si riformò ancora più bella e vigorosa; al suo interno trovarono asilo tanti esseri in cerca di aiuto.

Ancora oggi, nelle notti serene, si può sentire il respiro del grande albero che, felice, narra la sua storia a coloro che, disposti ad ascoltarla, trovano ristoro sotto le sue fronde

IL MICIO ROSSO

C’era una volta un bosco, era un bosco con grandi alberi che, con le loro folte chiome, formavano un tetto e un riparo per gli animali che vi dimoravano
Un giorno d’estate mi trovai in quel luogo, ero in cerca di erbe e fiori e, mentre camminavo, vedevo micetti che saltavano e si rincorrevano formando, in ogni dove piccole chiazze bianche in movimento.
All’improvviso, mentre stavo chinandomi per raccogliere delle bacche, spuntò da un cespuglio un musetto rosso e mi guardò con aria triste e incuriosita.
“Ciao, tu chi sei?” gli chiesi “Perché non giochi con gli altri invece di rimanere tutto solo in questo cespuglio?”.
“Non vedi? Io sono rosso!!”, mi rispose con voce tremante.
Sono di questo colore perché un giorno sono caduto in una scatola di vernice e sono rimasto così.
Capii che aveva paura e allungai una mano per accarezzarlo, ma lui si acquattò a terra e
“Non toccarmi, sono sporco e non posso lavarmi dove si lavano gli altri. Vorrei andarmene, diventare forte e robusto, imparare tante cose e tornare qui per vivere in armonia con gli altri, offrendo e ricevendo ciò che ognuno di noi può dare”.
Lo ascoltai con attenzione, poi allungai la mano per prenderlo in braccio; mi guardò stupito, ma si lasciò prendere; lo accarezzai e si tranquillizzò.
Lo portai con me, lo curai e, dopo qualche tempo, lo ricondussi nel bosco dove si fece accettare e ammirare per la sua bontà, generosità e saggezza.

Come si possono spiegare le emozioni ad un bambino?

come si farebbe con un alieno

“Emozioni aliene”

Il campanello squillò, andai ad aprire.

Uno strano essere era lì, ritto,  fermo e muto davanti a me.

Pareva un bimbo, ma il suo corpo era robusto, il collo tozzo era sovrastato da una testa enorme, completamente calva e nel volto spiccavano due enormi occhi neri totalmente inespressivi e una bocca estremamente larga, senza labbra.

Nel vederlo un brivido di paura percorse la mia schiena e tutto il mio corpo si irrigidì.

Non riuscivo a spiccicare parola, ero impietrita.

Lo strano essere cominciò a parlare; lo capivo perfettamente, le sue parole giungevano a me chiare e distinte.

Sembrava tranquillo, completamente privo di qualsiasi forma emotiva

–          Sono Sian e vengo da Alexy _ mi disse

Non so come, riuscii a balbettare:

–         Cos’è Alexy? Cosa vuoi da me? –

Con una voce completamente priva di intonazione mi rispose:

–         Alexy è il mio pianeta; io ed altri come me, siamo qui per imparare da voi umani, io ho trovato questa casa e voglio imparare da te

Ero sempre più sbalordita, l’incredulità si mischiava alla paura e alla rabbia.

–         Ma guarda questo –  pensavo – si presenta qui e vuol imparare; e se io non avessi voglia di insegnargli? E poi, insegnargli che cosa? –

Come se mi avesse sentito esordì:

–         Cosa sono tutte quelle energie che si muovono dentro di te? –

Nuovamente ero di stucco

–         È pure telepatico – pensai, ma gli risposi:

–         Quelle energie si chiamano emozioni –

–         Bene, quelle voglio imparare! – asserì con tono perentorio

La paura, dentro di me, stava lasciando il posto alla curiosità e alla voglia di scoprire cosa veramente poteva imparare e come avrei potuto fare.

Mi venne un’idea, così gli chiesi:

–         Tu senti gli odori? –

–         Sì – mi rispose

–         Bene, allora iniziamo -

Dietro la mia casa, in giardino, c’è il secchio della spazzatura che contiene l’umido e, se si apre, naturalmente, puzza.

Condussi Sian davanti al secchio, tolsi il coperchio e lo invitai ad annusare il contenuto .

Così fece e subito si allontanò. Io feci altrettanto, ma nell’allontanarmi, esagerai il movimento, aggiungendo un gridolino di disgusto.

Sian mi guardava e mi domandò:

–         Cos’è? –

–         Questo è il disgusto – gli risposi; fa parte delle emozioni.

Nuovamente avvicinammo entrambi la testa al secchio maleodorante e più volte ripetemmo i gesti.

Mi stavo divertendo, rabbia e paura erano completamente scomparse.

Così gli chiesi di aspettarmi e andai in bagno a prendere il profumo.

Tornai con la boccetta del profumo e vidi che Sian continuava a ripetere l’esperienza del disgusto.

Lo fermai, aprii la boccetta del profumo e nuovamente gli chiesi di annusare; così fece ed io con lui.

–         Cosa ne pensi di questo? – gli domandai

–         Questo voglio tenerlo vicino al mio naso – mi rispose

–         Ciò vuol dire che ti piace – continuai; quindi si chiama piacere; gli sorrisi e lo invitai a fare altrettanto.

Sian atteggiò la bocca, completamente sdentata, in una strana smorfia che mi inondò di tenerezza.

–         Bene – gli dissi – Ora hai imparato il disgusto e il piacere e, come hai potuto sperimentare, il disgusto allontana, fa scappare, il piacere avvicina –

Eravamo lì, a guardarci mentre pensavo come avrei potuto fare ad andare avanti.

Non potevo certo fargli sperimentare tutte le emozioni! Ci voleva moltissimo tempo e non l’avevamo.

Potevo però insegnargli a sentirle dentro di sé.

Pensai così di sperimentare insieme a lui le emozioni primarie per fargli comprendere come il corpo ed il respiro si modificano in base all’emozione che si attiva.

Mi venne un’idea, forse un po’ pericolosa, ma decisi di correre il rischio e tentare.

Eravamo seduti sul divano del salotto, mi alzai di scatto e con tono perentorio e in malo modo, gli dissi di andarsene.

Lo insultai, gli aprii la porta e lo spinsi fuori.

Lui mi guardava, ma faceva ciò che gli ordinavo; richiusi la porta di scatto, sbattendola.

Subito la riaprii e vidi Sian immobile e silenzioso in mezzo al portico d’ingresso.

Mi accorsi che ansimava, serrava le labbra e teneva stretti i pugni.

Mi guardò.

–         Cosa senti nel tuo corpo? – gli chiesi

Non parlava

–         Dimmelo! – urlai – ciò che stai sentendo è un’emozione!!

–         Ho caldo, respiro veloce e sento tensione nelle braccia!! – mi rispose

–         Bene, questa è la rabbia – esclamai soddisfatta

Si rilassò e… – Ho capito! – mi disse.

Gli chiesi di ripetere col corpo ciò che aveva sperimentato e gli spiegai che per comprendere le emozioni che si muovono all’interno, avrebbe potuto farlo modificando la postura, la respirazione e le tensioni nelle diverse parti del corpo.

–         Ogni emozione – gli dissi – modifica l’espressione, il comportamento e la fisiologia del nostro organismo; così possono variare: la postura, l’espressione facciale, il battito cardiaco, il ritmo e l’intensità del respiro, le sensazioni di caldo o di freddo nelle varie parti del corpo…… –

Comprese e così, insieme, sperimentammo la paura, il dolore e la gioia.

Era giunta la sera, mi ero divertita e, in quel pomeriggio, anch’io ero stata attraversata da un turbinio di emozioni che, dalla paura mista a sorpresa e rabbia iniziali, erano giunte alla contentezza e all’allegria, passando dalla tenerezza e dalla soddisfazione.

Ci salutammo, d’impulso lo abbracciai, adesso lo vedevo quasi bello; lui mi sorrise aprendo la bocca in quella strana smorfia sdentata che nuovamente mi riempì di tenerezza.

Sentivo scorrere le lacrime, gli spiegai cosa mi stava succedendo e l’abbraccio divenne ancora più stretto e sentito.

–         Ci rivedremo? – gli chiesi

–         Forse – mi rispose.

Se ne andò e non l’ho più rivisto.

UN RACCONTO PER RIFLETTERE

LA TARTARUGA E LA RABBIA

“E’ la storia di una piccola tartaruga. A questa piccola tartaruga piaceva giocare da sola e piaceva giocare con gli amici. Le piaceva guardare la televisione e andare fuori a giocare, ma non le piaceva tanto andare a scuola.

Starsene seduta in classe ad ascoltare per tutto quel tempo il maestro non gli piaceva.

Era durissima. Spesso la tartarughina si arrabbiava con i suoi amici. Le prendevano la matita, a volte la spingevano o la infastidivano e, quando succedeva, la tartarughina si arrabbiava proprio tantissimo. Spesso rispondeva con la stessa moneta o diceva cose cattive. Dopo un po’ gli altri bambini non vollero più giocare con la tartarughina.

La tartarughina rimase spesso da sola nel campo giochi ed era fuori di sé. Arrabbiata e confusa, si sentiva triste perché non riusciva a controllarsi né sapeva come venire a capo del problema.

Un giorno infine incontrò una vecchia e saggia tartaruga che aveva trecento anni e viveva ai margini del paese. La tartarughina le disse: ”Che cosa posso fare? Per me la scuola è un problema. Non riesco a comportarmi bene. Ci provo ma non ci riesco mai”.

La vecchia e saggia tartaruga le disse: “Dentro di te c’è già la soluzione al problema. E’ la tua corazza. Quando sei fuori di te o ti senti molto arrabbiata, al punto da non riuscire a controllarti, puoi andare dentro la tua corazza”.

“Quando sei dentro la corazza puoi calmarti. Quando io entro nella mia” disse la vecchia e saggia tartaruga “ faccio tre cose. Mi dico di fermarmi; faccio un lungo respiro, e se è necessario ne faccio un altro; poi mi chiedo qual è il problema”.

La vecchia e saggia tartaruga praticò questo metodo con la tartarughina. Quest’ultima disse di volerlo provare al suo ritorno in classe.

Il giorno successivo ecco che mentre sta facendo il suo lavoro, un bambino si mette a infastidirla. Comincia a sentire la rabbia che sale dentro di lei; ha le mani calde e il battito più veloce. Ma si ricorda quello che le ha detto la vecchia tartaruga, così ripiega mani e gambe nella corazza, dove c’è pace e nessuno potrà disturbarla, mettendosi a pensare sul da farsi. Fa un lungo respiro e, quando esce dalla corazza, vede il maestro che le sorride.

Ripete più e più volte il sistema. A volte funziona e a volte no, ma a poco a poco la tartarughina impara a controllarsi usando la corazza. Fa nuove amicizie e comincia ad apprezzare di più la scuola perché adesso ormai sa come gestire la rabbia”

Fonte: La storia della tartaruga fa parte del programma PATHS, Parents and Teachers Helping Students (Strategie per promuovere un pensiero alternativo), ed è tratta da “Destructive Emotions”, 2003, The Mind and Life Institute; tr.it. Emozioni distruttive. Mondadori, Milano, 2003. Tra le diverse applicazioni, il PATHS è stato impiegato con lo scopo di aiutare i bambini sordi a usare il linguaggio per comprendere e gestire meglio le proprie emozioni, diventare più consapevoli delle proprie e altrui sensazioni, riconoscerle e controllarle

PENSIERI E POESIE PER MEDITARE

“IL SEME NUOVO E’ FIDUCIOSO.

SI RADICA NEL PROFONDO

NEI LUOGHI CHE SONO PIU’ VUOTI…”

(Clarissa Pinkola Estés)

“…Chiunque sia sveglio alla fine di una lunga notte di storie,

sicuramente diventerà la persona più saggia del mondo…”

(Clarissa Pinkola Estés)

” SIAMO TUTTI CONTEMPORANEAMENTE SIMILI E DIVERSI.

LE SIMILITUDINI PERMETTONO DI COMUNICARE E

DI SCOPRIRE IN MODO COSTRUTTIVO LE DIFFERENZE”

(Claud Levi Strauss)

“Se la disciplina è fondata sulla libertà,

ach’essa deve essere necessariamente attiva.

Non è detto che sia disciplinato un individuo

allorchè si è reso artificialmente silenzioso come un muto

ed immobile come un paralitico.

quello è un individuo annientato, non disciplinato

(Maria Montessori)


I bambini imparano quello che vivono

Se i bambini vivono con le critiche,
imparano a condannare.
Se i bambini vivono con l’ostilità,
imparano a combattere.
Se i bambini vivono con la paura,
imparano ad essere apprensivi.
Se i bambini vivono con la pietà,
imparano a commiserarsi.
Se i bambini vivono con il ridicolo,
imparano ad essere timidi.
Se i bambini vivono con la gelosia,
imparano cosa sia l’invidia.
Se i bambini vivono con la vergogna,
imparano a sentirsi colpevoli.
Se i bambini vivono con la tolleranza,
imparano ad essere pazienti.
Se i bambini vivono con l’incoraggiamento,
imparano ad essere sicuri di sé.
Se i bambini vivono con la lode,
imparano ad apprezzare.
Se i bambini vivono con l’approvazione,
imparano a piacersi.
Se i bambini vivono con l’accettazione,
imparano a trovare amore nel mondo.
Se i bambini vivono con il riconoscimento,
imparano ad avere un obiettivo.
Se i bambini vivono con la partecipazione,
imparano ad essere generosi.
Se i bambini vivono con l’onestà e la lealtà,
imparano cosa sia verità e giustizia.
Se i bambini vivono con la sicurezza,
imparano ad avere fede in se stessi
e in coloro che li circondano.
Se i bambini vivono con l’amichevolezza,
imparano che il mondo è un posto
bello in cui vivere.
Se i bambini vivono con la serenità,
imparano ad avere tranquillità di spirito.
Dorothy L. Nolte


Tu ed io abbiamo un rapporto che ha valore per me e che desidero mantenere.

Ma ognuno di noi è una persona distinta con i suoi particolari bisogni e il diritto di soddisfarli.
Quando incontrerai difficoltà, io ti ascolterò con sincera accettazione per aiutarti a trovare le ‘tue’ soluzioni. Rispetterò inoltre il tuo diritto ad avere le tue convinzioni, per quanto possano essere diverse dalle mie.
Tuttavia, se il tuo comportamento interferirà con la soddisfazione dei miei bisogni, ti dirò con chiarezza ed onestà quali conseguenze esso ha su di me, confidando che il rispetto dei miei bisogni e sentimenti ti induca a cercare di cambiare i comportamenti per me inaccettabili.

Nello stesso modo, se un mio comportamento sarà inaccettabile per te, desidero che tu me lo dica apertamente e onestamente affinché io possa provare a cambiarlo.
Quando uno di noi non può cambiare per permettere all’altro di soddisfare i suoi bisogni, consentiamoci pure di riconoscere che esiste un conflitto tra noi e impegniamoci a risolverlo senza che nessuno di noi due tenti di vincere l’uno a spese dell’altro.

Io rispetto i tuoi bisogni ma devo rispettare anche i miei.

Così cerchiamo di impegnarci nella ricerca di una soluzione accettabile per entrambi.

I tuoi bisogni, come i miei, saranno soddisfatti e nessuno perderà.

Entrambi vinceremo.
Tu potrai continuare a svilupparti come persona, realizzando i tuoi bisogni e lo stesso potrò fare io.

La nostra potrà dunque essere una relazione salutare in cui potremo adoperarci per realizzare le nostre potenzialità.

Potremo così continuare a rapportarci animati da reciproco rispetto, amore e pace.”

(Thomas Gordon, Relazioni efficaci)

Tra adesso e adesso
tra io sono e tu sei,
la parola ponte.

Entri in te stessa
mentre entri in lei;
come un anello
il mondo si chiude.

Da una sponda all’altra
sempre si distende un corpo,
un arcobaleno.

Io dormirò sotto i suoi archi.

O.Paz

Ode alla Vita

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare. Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.


(Pablo Neruda)