Cosa è il counseling

Secondo l’enciclopedia on-line Wikipedia,

 “Il sostantivo counseling deriva dal verbo inglese to counsel, che risale a sua volta dal verbo latino consulo-ĕre, traducibile in “consolare”, “confortare”, “venire in aiuto”. Quest’ultimo si compone della particella cum (“con”, “insieme”) e solĕre (“alzare”, “sollevare”), sia propriamente come atto, che nell’accezione di “aiuto a sollevarsi”.

A mio parere il counseling è quella relazione d’aiuto elettiva il cui obiettivo è quello di offrire sostegno per affrontare quelle difficoltà della vita  che inducono ad operare una scelta e che, per diversi motivi, la persona non riesce a compiere da sola ed ha quindi bisogno di essere accompagnata a ricercare, all’interno di se stessa, una soluzione creativa alla crisi, diventando completamente responsabile del proprio agire, attraverso lo sviluppo e l’utilizzazione delle proprie potenzialità.

“[…] è una relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato[…]in altre parole potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, in una o ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto e una maggiore possibilità di espressione”[1].

Nel counseling agiscono due individui: il cliente/protagonista  ed il counselor/ascoltatore.

Il cliente è l’attore principale che porta nella seduta il proprio problema condividendolo col counselor.

Poco per volta, nel corso delle diverse sedute, il cliente si sintonizza con la propria realtà profonda , ne esamina  le emozioni e, via, via trova autonomamente la soluzione.

Il counselor, presenza attiva e ricettiva, è un professionista competente che è in grado di prestare ascolto all’altro, mostrando calore ed interesse e rimanendo, tuttavia, anche in ascolto di se stesso; nel corso della seduta non interrompe il racconto del cliente, non interpreta, non giudica, non dà consigli; ma accoglie l’altra persona così com’è, è empatico e sa attendere, orientando il cliente  nel percorso, senza spingere verso soluzioni personali che potrebbero anche risultare efficienti, ma non appartengono al cliente.

Il presupposto fondamentale, quindi, di questo tipo di intervento, è che la persona ha già in sé tutte le risorse necessarie per giungere alla soluzione dei propri problemi  e la proposta e quella di aiutarlo a farle emergere diventandone consapevole.

Secondo l’impostazione rogersiana:

“il cliente ha le potenzialità necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza (…). Questo soggetto attivo sarà in grado pertanto, una volta compreso il problema, di gestirlo responsabilmente”.

Grazie alla teoria di Rogers, infatti, il counseling si è strutturato ponendo in primo piano l’attenzione al cliente come individuo perché egli è il maggiore esperto di se stesso e quando viene accolto in un “clima facilitante”, cioè in un clima di rispetto, fiducia, parità e assenza di giudizio, può aprirsi e lasciar emergere la parte più vera di sé.

Il termine cliente invece di paziente, voluto da Rogers,  sta ad indicare un rapporto “alla pari” nel quale la persona in difficoltà non delega la soluzione dei propri conflitti al counselor, ma può sentirlo  come un compagno di viaggio alla ricerca di nuove strade per uscire dalla crisi.

Rogers evidenzia che in questa particolare esperienza di completa libertà emotiva, l’individuo è libero di riconoscere i suoi impulsi e le sue strutture comportamentali come in nessun altro tipo di rapporto.

Il counseling, nel concreto, fa proprio questo: permette a ciascun individuo di sentire ciò che prova, lo sostiene e lo accompagna verso l’accettazione di sé e quindi verso una nuova e più profonda consapevolezza. La persona è consapevole di quello che sta facendo ed il counselor la aiuta a rimanere centrato su ciò che prova, sempre “nell’hic et nunc”: nella mente, nel corpo e nelle sue sensazioni.

In quest’ottica l’obiettivo di un intervento di counseling non è quello di “guarire” una persona, ma di aiutarla a crescere, in un cammino di sempre maggiore centratura su di sé, ritrovando in se stessa un vero e proprio senso di autonomia, autodeterminazione, valorizzazione delle proprie risorse.

Il counseling , a mio avviso, oltre ad essere un rapporto professionale è anche e, direi soprattutto, un rapporto umano che avviene in uno spazio protetto, sicuro ed accogliente: il setting, dove il cliente si sente ascoltato, accettato e compreso nella sua globalità.

A differenza della psicoterapia, il counseling non ha l’obiettivo di andare a scavare nel passato del cliente, né di ristrutturare la sua personalità partendo dal presupposto che l’origine del suo malessere sia al tempo stesso molto antica e fortemente strutturata nel suo carattere, ma si propone più semplicemente di accompagnare la persona nella soluzione di un problema attuale. Rispetto alla psicoterapia il counseling è dunque un intervento meno profondo e radicale, più limitato nel tempo ed ha un raggio d’azione più specifico;   non si rivolge alla patologia, ma prende in esame problemi legati al presente, che non presentano tratti patologici.

 

Cenni storici

“Notizie su attività di counseling negli Stati Uniti, si trovano fin dai primi anni del ‘900, quando alcuni operatori sociali adottano il termine per definire l’attività di orientamento professionale rivolta ai soldati che rientrano dalla guerra e che necessitano di una ricollocazione professionale”[2]

 Negli U.S.A il counseling si sviluppa in determinati ambiti quali l’orientamento scolastico, indirizzato a studenti al termine delle scuole superiori, quello professionale rivolto soprattutto a lavoratori da ricollocare in nuove professioni ed infine nell’assistenza sociale ed in quella infermieristica ma è grazie al contributo di Rollo May che nel 1939 scrisse “L’arte del counseling” che ha  origine il counseling moderno

A partire dagli anni ’50 Abraham Maslow, psicologo comportamentista, dopo aver vissuto la dura esperienza della seconda guerra mondiale, si mise alla ricerca di una teoria del comportamento umano che restituisse all’umanità quell’ottimismo e quella spinta a continuare a vivere e a progredire, che la guerra aveva smorzato.

“Era convinto che se l’uomo riusciva ad esprimere comportamenti così feroci e distruttivi, dall’altra parte, sicuramente, era in grado di usare la sua energia per costruire e svilupparsi in modo positivo”[3]

ed era quindi necessario comprendere fino in fondo le potenzialità umane per valorizzarle in positivo.

Nasce la Psicologia Umanistica, chiamata “terza forza”  perché in contrapposizione sia con la psicoanalisi fondata sull’interpretazione e l’analisi del transfert, sia con il comportamentismo che si avvaleva della sperimentazione.

I terapeuti di orientamento umanistico sono profondamente convinti della naturale “positività” e della “saggezza” degli esseri umani che, se ascoltati empaticamente ed accettati incondizionatamente, sanno trovare autonomamente la strada verso il benessere.

Cominciano a farsi strada temi come  la libertà di scelta, l’importanza del dialogo Io-Tu, l’impegno del singolo, la responsabilità, la necessità di riportare l’individuo al centro del proprio mondo, riconoscendogli potenzialità di autodeterminazione, crescita e trasformazione.

Ma  è soprattutto Carl Rogers che strutturò un tipo di relazione terapeutica non direttiva chiamata “Terapia Centrata sul Cliente” e diede al   counseling una sua specificità come relazione nella quale il cliente è assistito nelle proprie difficoltà, senza rinunciare alla libertà di scelta e alla propria responsabilità.

All’interno di quest’opera Rogers concentra la propria attenzione sugli atteggiamenti fondamentali, utili al counselor, nel comprendere a pieno il mondo del cliente per raggiungere una profonda comprensione empatica dei suoi vissuti e delle sue difficoltà.

In Europa il counseling si diffuse prima di tutto in Gran Bretagna negli anni ’70 e si espanse, negli anni ’90, anche negli altri stati europei, Italia compresa.

[1]Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente: teoria e ricerca, G.Martinelli, Firenze, 1970,

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_counseling

[3] http://www.biosofia.it

Articolo tratto dalla propria tesi di diploma in counseling a mediazione corporea BreathWork.

Per ciò che riguarda  validità del counselingin ambito di aiuto alla persona riporto un articolo di Rolando Ciofi (psicologo e psicoterapeuta) apparso su facebook qualche giorno fa

 

COUNSELING, UNA PROFESSIONE DUE VOLTE NECESSARIA

In un momento di tensione politico professionale e di confronto nelle aule di Tribunale tra due diverse vision del mondo della relazione di aiuto mi piace ricordare pubblicandone un articolo l’amico, prima ancora che collega, Luigi De Marchi (per me come per tutti coloro che con lui erano in confidenza “Gigi”).

Nella Roma di fine secolo ricordo le innumerevoli riunioni con Gigi, Stefano Crispino, Anna Barracco, Giancarlo Ceccarelli, Patrizia Adami Rook e tanti altri colleghi ai quali si deve, storicamente, l’elaborazione di una linea politico professionale alternativa al pensiero corporativo che tuttora orienta le principali scelte della comunità professionale degli psicologi.

Non è stata fatica sprecata. Riuscimmo, tutti insieme a dire che la psicologia poteva essere “matrice” ed “ispiratrice” di una famiglia di professioni. Nacquero in quegli anni in Italia il counseling, la mediazione familiare e molte altre professionalità nuove in qualche modo collegate al mondo della psicologia.
Traggo dunque dal sito Counseling Italia il seguente articolo che ripropongo ai miei lettori.

Il Counseling nasce negli Stati Uniti nel corso degli anni ’30 per assicurare, come asserisce Rollo May (uno dei Padri della Psicologia Umanistica), “riconoscimento professionale a tutti coloro che, pur non avendo, né volendo il titolo accademico di psicologo o psicoterapeuta, svolgono o intendono svolgere un’attività che esige una buona conoscenza della personalità
umana”.

Carl Rogers, (altro padre fondatore della Psicologia Umanistica) nella sua “Psicoterapia di consultazione. Nuove idee nella pratica clinica e sociale ”, la prima opera sistematica sulla professione di Counselor pubblicata negli StatiUniti nel 1942, scrive:

“Ci sono molte persone la cui professione consiste soprattutto nell’avere colloqui con chi a loro si rivolge per determinare, mediante contatti personali, modificazioni costruttive del proprio atteggiamento e comportamento. Si chiamino essi psicologi, consulenti psicologici scolastici o aziendali o matrimoniali, assistenti sociali, psichiatri od altro, qui ci interessano solo se, dopo i
colloqui con loro, l’eterno indeciso, la coppia in crisi, il fallito, il disadattato o il delinquente trovano meno difficile affrontare in modo costruttivo i loro problemi e la realtà della vita.

A questi colloqui possiamo dare nomi diversi. Possiamo chiamarli, con espressione semplice e descrittiva, colloqui terapeutici: più spesso, però, vengono definiti globalmente counseling.
Oppure questi colloqui, intesi a proporre rimedi e cure, possono essere chiamati psicoterapia.
In quest’opera, i vari termini saranno utilizzati più o meno indifferentemente, poiché sembrano riferirsi allo stesso metodo fondamentale: una serie di colloqui personali, finalizzati ad aiutare la persona assistita a modificare positivamente i suoi atteggiamenti e comportamenti.
Si è notata la tendenza ad usare l’espressione “counseling” per i colloqui più superficiali e meno continuativi ed a riservare il termine psicoterapia per i colloqui approfonditi e prolungati, volti ad una riorganizzazione più radicale della personalità. Ma sebbene questa differenziazione possa avere una sua validità, è ugualmente chiaro che il counseling più intenso ed efficace non è distinguibile da una psicoterapia altrettanto intensa ed efficace”

Ho citato abbastanza ampiamente l’introduzione all’opera fondante e fondamentale di Rogers perché le sue affermazioni contrastano in modo stridente con quelle del recente manuale di una scuola italiana di counseling che recita testualmente:

“Il Counselor non fa terapia, non presta cure di nessun genere, non fa psicoterapia, non fa consulenza, non insegna psicologia e genericamente non usa mai il prefisso psico […]

Va evidenziato in particolare che il counseling psicologico è un’attività di esclusiva competenza del ruolo professionale dello psicologo”.

E più avanti: “La personale competenza culturale (leggi laurea) o competenza professionale (leggi medico o psicologo) esulano totalmente dalla qualifica di competenza del counselor”.

Dietro a questo deprimente contrasto tra la realtà storica e professionale del counseling e la sua arzigogolata e oscura definizione italiana sta la nostra assurda e corporativa legislazione in materia di psicoterapia che, in contrasto con quanto accade negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi dell’Occidente avanzato, ha preteso di escludere dalla psicoterapia chiunque non sia laureato in medicina o in psicologia.

E’ una legislazione che, come tutti sappiamo, ha voluto statalizzare una formazione professionale, quella dello psicoterapeuta, nata e cresciuta negli studi dei liberi professionisti (quali furono, salvo rare eccezioni, tutti i grandi maestri della psicoterapia) e nell’ambito di scuole private e libere e che, per soddisfare gli appetiti di baronie accademiche tanto avide quanto incompetenti, ha validato solo i diplomi delle scuole di formazione approvate dalle baronie stesse, facendo quintuplicare i costi della formazione e consegnando l’Ordine degli Psicologi e degli Psicoterapisti, composto per 4/5 di liberi professionisti, ad esponenti della burocrazia sanitaria ed accademica.
Questa legislazione, come pure è noto, è da tempo severamente criticata in sede europea.

Nel Congresso Europeo di Psicoterapia svoltosi nel 1998 a Parigi, i rappresentanti della professione psicoterapeutica di 36 paesi europei hanno denunciato la nostra legislazione statalista definendola una violazione del diritto umano alla scelta del metodo terapeutico e, con una marcia solenne alla Piazza del Trocadero, hanno ribadito la Dichiarazione di Strasburgo che definisce la psicoterapia “una professione libera e indipendente” da non riservare solo a medici e psicologi.

Ma, al di là dei problemi di libertà personale e di indipendenza professionale così grossolanamente violati dall’attuale legge italiana in questo campo, c’è un problema basilare di contenuti e di efficacia che l’odierna legislazione italiana in materia psicoterapeutica, e gli orientamenti ad essa ispirati in tema di counseling, sembrano ignorare totalmente, con grave danno dell’utenza. Ed è il problema della qualità umana del professionista che svolge queste delicatissime attività.

La nostra legislazione, conforme ai criteri nozionistici e burocratici che ispirano tutto il nostro insegnamento universitario e che ci hanno assicurato il poco invidiabile primato europeo della fuga degli studenti dagli atenei e dei cervelli dai centri di ricerca, concede l’abilitazione a queste attività a chi abbia concluso un corso privo di qualsiasi contenuto umanistico e superato un’enorme quantità di esami teorici, spesso inutili ai fini professionali, senza alcun riguardo per la preparazione esperienziale e pratica e per le qualità attitudinali del candidato.

Purtroppo, i criteri che si sono affermati in varie Scuole italiane di counseling ricalcano le concezioni nozionistiche accademiche in fatto di consulenza psicologica in ogni campo: da quello clinico a quello aziendale a quello sportivo o scolastico.

Ma tutto ciò costituisce una flagrante negazione dei criteri che dovrebbero ispirare la formazione in queste attività.

Sono criteri che lo stesso Carl Rogers, della cui scuola in Italia sono stato co-fondatore e presidente per diversi anni, mi ha confidato in una conversazione personale di 25 anni fa: “Vedi Luigi – egli mi disse – per parte mia io ho ammesso ai miei corsi di formazione e hodiplomato in psicoterapia centinaia e centinaia di persone che non avevano nessuna laurea,nessuna specializzazione e nessun altro titolo di studio universitario, ma avevano la qualità umana, la sensibilità, l’autenticità, la semplicità, il senso dei propri limiti, la capacità di comunicazione e attenzione empatica che sono la vera e unica base d’una psicoterapia e di un counseling efficaci”.

Beninteso capisco che, fin quando l’attuale legislazione statalista resterà in vigore in Italia, ogni formatore responsabile deve rendersi conto che con questa legislazione dobbiamo fare i conti e che, quindi, può essere oggi opportuno evitare scontri frontali con le norme vigenti proclamando che il counseling non ha niente da spartire con la psicoterapia.

Del resto, le parole stesse “psicoterapia” e “paziente” hanno un carattere medicale e patologizzante che ogni professionista maturo non ritiene applicabile alla maggior parte della sua clientela. E, da psicologo umanista che vede nella dinamica emozionale e nella sua bonifica il fulcro di tutto il proprio lavoro, credo che “counseling emozionale” potrebbe essere un termine idoneo a definire la nuova professione.Ma queste considerazioni giuridiche o filosofiche non devono a mio parere indurre le Scuole di formazione in counseling ad avallare la confisca e la distorsione della formazione psicoterapeutica ad opera del nozionismo e del corporativismo baronale ed a ricalcare su quei concetti distorti la formazione del counselor.

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Al contrario, chi prepara al counseling in Italia deve, a mio parere, considerare questa sua attività formativa doppiamente necessaria ed urgente nel nostro paese: sia perché si tratta di creare professionisti selezionati e formati secondo criteri non solo nozionistici ma anche e soprattutto attitudinali, sia perché si tratta di combattere e compensare la distorsione nozionistica e corporativa che l’egemonia baronale ha prodotto nel campo psicologico e psicoterapico.

Insomma, una formazione valida del counselor dev’essere coerente con le radici storiche di questa figura e consapevole delle responsabilità storiche, sociali, scientifiche e culturali che caratterizzano questa professione ingiustamente emarginata dalle burocrazie accademiche.

Col counseling si offre dunque alla comunità professionale e scientifica italiana una grande opportunità di restituire alla libera professione, che le aveva storicamente generate, la psicologia e la psicoterapia europee, liberando queste due discipline dalla sclerotizzazione e burocratizzazione cui sono state condannate dalla casta accademica e dalla selezione a rovescio di stampo servilistico, conformistico, nepotistico (insomma,intellettualmente e moralmente mediocre) che questa casta si è voluta dare.

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Luigi De Marchi (nato a Brescia il 17 luglio 1937 e morto a Roma il 25 Luglio 2010) è stato psicologo clinico e sociale, politologo e autore di numerosi saggi pubblicati in Europa e in America. Considerato il padre della psicosociologia italiana, è stato referente per l’Italia, fondatore e presidente di tre importanti scuole di psicoterapia: quella “Psico-corporea”, quella “Bioenergetica” e quella“Umanistica” assieme a Carl Rogers. Nel 1986 fonda a Roma l’Istituto di “Psicologia Umanistica Esistenziale” che ha diretto fino all’ultimo giorno.